El Orfanato
di Juan Antonio Bayona
(2007)

Laura decide di acquistare l’orfanotrofio dove è cresciuta, per trasformarlo in un istituto per bambini disabili. Si trasferisce nell’edificio insieme a suo marito e a Simon, il figlio adottivo, HIV positivo. Simon sembra avere un paio di amichetti immaginari, ma il padre pensa che sia una fase normale destinata a finire non appena entrerà in contatto con altri ragazzi. La faccenda diventa però sempre più seria, fino a quando Simon racconta alla mamma di aver trovato dei bambini nelle grotte vicino al mare, di aver parlato con loro e di averli anche invitati a casa sua (gli lascia anche un percorso fatto di conchiglie in modo che questi amichetti immaginari possano raggiungerlo a casa, ma che ragazzo gentile questo Simon!). Laura inizia a preoccuparsi seriamente, anche perché il piccolo si dimostra piuttosto aggressivo quando si rende conto che la mamma non gli crede. Arriva il giorno dell’inaugurazione dell’istituto, e Simon scompare misteriosamente.
Avevo ottime aspettative nei confronti di questo film. Produce Guillermo del Toro (e io ho amato alla follia sia “La spina del Diavolo” che “Il labirinto del Fauno”) e il trailer promette atmosfere degne di “The Others” (secondo il mio modesto parere, il miglior horror degli ultimi anni!). Diciamo che non sono pienamente soddisfatto, anzi, sono rimasto piuttosto deluso.
Niente da dire dal punto di vista tecnico/estetico: regia e fotografia (la gotica villa immersa nelle tenebre, i giochi di ombre) fanno la loro grandissima figura. Il film è curatissimo, e riesce a spaventare sul serio in un paio di occasioni. La tensione si sente e cresce a poco a poco, anche grazie alla efficace gestione degli effetti sonori: porte che si aprono, porte che sbattono, scale che scricchiolano, giostre in giardino che si animano nella notte, voci e passi al di là delle pareti, ecc ecc. Come dicevo poco fa, in un paio di occasioni ho rischiato di farmela addosso e ho fatto un salto sulla sedia niente male per colpa di quel maledetto bambino con il sacco in testa! Un ritmo ottimo, con la storia che si sviluppa con calma, senza fretta (non è un horror americano, si nota la differenza) per permettere allo spettatore di lasciarsi completamente avvolgere dall’inquietatene atmosfera e dalle presenze misteriose, senza mai annoiarsi.

Però ho avuto l’impressione di un film completamente sfilacciato. Un insieme di vari elementi inseriti uno dopo l’altro, una storia che procede perdendo per strada qualche pezzo (il bambino deforme così tanto pubblicizzato che ruolo ha nella vicenda, se non quello di farmi morire di infarto? E la vecchia intorno a cui sembra ruotare tutto il mistero?). Ok, mi sono spaventato e sono stato in tensione per più di un’ora, ma alla fine cosa mi rimane?
E’ un peccato perché gli elementi per un ottimo film horror ci sono tutti. Un film con ottimi spunti di riflessione: l’immaginazione come unico mezzo per fuggire da un destino violento, il mescolarsi di passato e presente con la medium che gira sotto ipnosi per i corridoi dell’edificio e nella regressione di Laura per salvare il figlio, la follia della mamma nel tornare bambina, i riferimenti alla storia di Peter Pan.
Il finale purtroppo è il punto più basso della pellicola. E' degno del miglior polpettone melenso: lungo, prolisso, melodrammatico. E io detesto (ma questo è un problema mio) gli horror dal finale lacrimoso/poetico (?).
Comunque, delusione a parte, questo film ha una delle sequenza horror più belle che abbia mai visto e solo per questa scena merita una visione. Un lunghissimo piano sequenza con la macchina da presa che si muove fluidamente avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, durante il gioco "Un, due, tre, stella!". La mamma è rivolta verso la parete e conta. Un, dos, tres, toca la pared. Lentamente dietro di lei appaiono gli amichetti immaginari di Simon. Lentamente si avvicinano sempre di più.
Pelle d'oca!
categoria: cinema, horror, drammatico, 2008























